In questa città meravigliosa che prima di arrivarci non sapevo dove fosse sul mappamondo (neanche il Kyrgyzstan sapevo dove diavolo fosse), mi sono fermato per una decina di giorni. Ecco cosa è successo, chi ho conosciuto e le straordinarie vicende che succedono quando sei in giro per il mondo.img_1394

Il viaggio da Almaty a Biskek è stato solo di 240 km, se non fosse per il tempo perso in frontiera come sempre, sarei arrivato in città prima di pranzo. Il Kyrgyzstan è un paese del tutto montuoso e nell’unica conca piana a nord di esso sorge questa ex città sovietica marcata ancora da fatiscenti palazzi megalomani russi e monumenti URSS abbandonati qua e la. Il mio ostello era nel cuore di Biskek, in una piccola palazzina a due piani: dei ragazzi più giovani di me lo avevano in gestione e nel caldo salone in comune c’era un via vai di gente tutto il giorno: alcuni si trovavano a suonare la chitarra, altri per studiare o semplicemente per cucinare e mangiare assieme nella cucina ben poco moderna. Appena arrivato, un ragazzino sui vent’anni, moro con gli occhi a mandorla, entusiasta della mia moto e del mio viaggio, mi ha offerto della carne di cavallo che aveva preparato sua mamma: anche se i miei pensieri andavano a quei bellissimi cavalli delle praterie kazache, neanche un vegano avrebbe potuto rifiutare uno spuntino offerto con tanto amore e generosità.

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L’obiettivo era trovare qualcuno che mi spedisse la moto a casa per un prezzo ragionevole: avevo fatto un paio di chiamate a delle persone che non mi avevano dato troppa sicurezza ma alla fine ho trovato una ditta di trasporti internazionale disposta per un incontro. Erano passati già un paio di giorni e mi ero ambientato discretamente: controllo l’indirizzo dell’ufficio, una rapida ricerca su google maps e parto a piedi. Circa 40 minuti di strada sempre dritti, poi all’università di non so cosa, girare a destra, primo palazzo. L’università c’era, il palazzo anche ma di questo ufficio non c’era segno. Erano tutte palazzine dall’aspetto triste, finestre uguali fino in cima e delle piccole porte di servizio senza campanelli affacciate ad un giardino comune non curato. Sfodero la mia arma segreta per non perdermi mai : chiedo informazioni alla gente attorno a me. Attorno a me non c’era proprio nessuno quindi entro a scaldarmi nel piccolo bar pieno di studenti della parta accanto. Delle ragazze molto carine ma con un vocabolario d’inglese di sette parole tirano fuori i loro smartphone, chiamano, googlano, cercano, parlano tanto per poi constatare che il posto non è lì. Ma va ? Chiamano un taxi di fiducia che aspettiamo per 15 minuti abbondanti, parlano per mezz’ora con il giovane autista con i baffi, entro in macchina e mi affido alla provvidenza del viaggiatore. L’autista si perde, andiamo in un quartiere con dei container, officine e strade distrutte. Lo insulto parlando in italiano ma suppongo che mi capisca molto bene lo stesso: dovevo essere alle tre del pomeriggio in questo ufficio e ormai sono le cinque e mezza passate. Consulta un grosso libro con la mappa della città mentre grida al telefono con qualcuno: dopo mezz’ora arriviamo a destinazione. Lascio una mancia come scusa per gli insulti e mi dirigo di corsa a parlare con una donna che mi spiega dettagliatamente come, cosa, quando e perché devo fare per impacchettare la moto. Prendo appunti, faccio un po’ di domande e dopo 15 minuti sono nuovamente in strada al freddo ma soddisfatto del  risultato. Per scaldarmi entro in un bar a bere una cioccolata calda assieme ad una cremosa fetta di dolce alto venti centimetri quando un ragazzo con un elegante cappotto incuriosito dalla mia presenza inizia a raccontarmi della sua vita: ha 27 anni, è sposato, ha due figlie e lavora in uno studio di avvocati. L’anno scorso ha conosciuto una coppia di ragazzi spagnoli e dopo averli offerto ospitalità per un paio di giorni questi hanno allungato i tempi e si sono piantati in casa sua per circa due mesi! “Ma perché non li hai detto di andare via?”,”Non volevo essere maleducato…”.

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Due erano le idee che mi frullavano per la testa: la più costosa era di spedire la moto a casa; la più dolorosa, difficile e improbabile, venderla qui a  Biskek. Avevo letto su internet che in un determinato mercato della città, in un determinato posto con ad determinata persona avrei potuto vendere la mia moto: trovare tutti questi “determinati” in un colpo solo sarebbe stato parecchio dura ma ero determinato nel provarci.

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Nei giorni seguenti, ho iniziato ad esplorare i mercati ed il primo di tutti è stato il leggendario Dordoy Bazaar: considerato uno dei più grandi mercati dell’Asia è formato da decine di migliaia di containers disposti in fila su due piani: quello sotto usato come negozio, quello sopra come magazzino. Tra questi ettari di puro commercio puoi trovare di tutto: giocattoli, attrezzi, mobili, tv, vestiti.. etc. TUTTO, tranne due cose: un maglione di lana pura 100% (questa ha la sua storia) e il tipo che compra le moto.

Torno a casa nel primo pomeriggio ed indovinate un po’ chi mi scrive che è appena arrivato in città ed è in cerca di un ostello? Il mio improvvisato compagno di avventure motociclistiche australiano ROHAN ! Pure lui ha preso troppo freddo ultimamente, per cui negli ultimi giorni della mia permanenza in Kyrgyzstan iniziamo a condividere le nostre disavventure nel cercare di vendere le moto.

Dopo varie ricerche su internet, in una fredda ma soleggiata giornata, ci dirigiamo in due a cavallo della mia BMW in un lontano mercato di auto e pezzi di ricambio. Il traffico è davvero bestiale, l’asfalto delle strade è un disastro e guidare con la massima prudenza è d’obbligo. Dopo ore di ricerche riusciamo con grande gioia a trovare finalmente un potenziale compratore per la due ruote di Rohan: per la mia no, l’offerta che mi fanno è ridicola e non contrattabile. Le negoziazioni durano poco ovviamente perché manca l’oggetto in questione (la moto) e decidiamo di dirigerci verso casa e ritornare il giorno seguente. Usciti dal mercato, all’angolo di un grosso edificio troviamo un enorme affollato ristorante con un fornitissimo BBQ all’esterno dove appetitose carni e verdure vengono grigliate a regimi industriali: scegliamo a gesti indicando con le dita ciò che vogliamo mangiare, poi ci accomodiamo nella grande sala interna. Spunta una giovane cameriera, felicissima di parlare inglese con noi anche se non riusciamo a capire una singola parola di ciò che ci dice. Talmente entusiasta di avere due stranieri nel ristorante ci OFFRE due bibite a base di qualche cereale non ben definito, gelatinose con un odore da muffa e un sapore disgustoso. Facciamo gara a chi ne riesce ad ingurgitare di più: perdiamo entrambi.

Non potendo vendere la moto ho dato conferma per la spedizione. Assieme a Rohan, un giovane impiegato dell’ufficio del corriere mi porta in giro per la città a bollare carte e compilare documenti, poi una volta finito andiamo tutti assieme a vedere dov’è il magazzino in cui verrà imballata la bestia. Torniamo all’ostello relativamente presto e facendo troppo freddo per andare a spasso con la moto, ci mimetizziamo tra le persone comuni e camminiamo cercando nuovi posti. Finiamo a bere birra nel locale dietro casa nostra dove fanno delle ottime pizze, da mangiare con altra birra. Poi mentre ordiniamo altro da bere, ci dicono che in serata c’è una festa di studenti e mentre aspettiamo che si riempia il locale beviamo qualcos’altro. Poi c’è la festa. Perchè non bere un altro paio di drinks ? Ricordo vagamente di aver fatto un paio di giri di vodka con dei russi al bancone, poi barcollando ho raggiunto la porta dell’ostello, fortunatamente a meno di metri dieci distanza. Piove.

La mattina seguente la situazione è tragica: la mia testa, il mio stomaco e le mie gambe non hanno nessuna intenzione di funzionare. Fuori nevica. Io devo portare la moto entro le 10 nel magazzino per farla imballare dall’altro capo della città. Fa tanto tanto freddo. Non trovo i guanti (probabilmente infilati sotto tutto nelle valigie) e parto senza. Vado PIANISSIMO con la visiera del casco aperta poiché tutta appannata, mani congelate, GPS con batterie scariche. Arrivo a destinazione che sembro un pupazzo di neve con la moto completamente piena di fango. Per costruire l’imballaggio (un grande box di legno) ci mettono ore su ore, la giornata è lunghissima, piove, nevica, non mi reggo in piedi. Muoio un paio di volte di freddo e mentre scrivo testamento mi chiedono se voglio scaldarmi con una birra.

Da “motociclista” la mattina passo al grado di “appiedato” la sera: ho abbandonato la mia fedele compagnia di viaggio dopo un mese e venti giorni passati assieme.

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Rohan mi porta in un locale vicino casa, un karaoke bar, con grandi poltrone in pelle accanto a piccoli tavolini di marmo, luci soffuse, gente vestita tutta elegante, un palco dove giovani ed affascinanti ragazze con gli occhi a mandorla cantano dolci melodie russe. Finito lo show, tocca a noi clienti cantare: ragazzi con voci calde e ferme intonano canzoni in varie lingue mostrando un talento incredibile, mentre altri meno bravi mostrano… un coraggio ineguagliabile. Noi ci assicuriamo un paio di dosi di coraggio liquido e poi Rohan con 500 miles ed io con Su di noi di Pupo (una delle poche canzoni italiane nel libro del karaoke) ci esibiamo spensierati.

La mattina presto, prima che il sole sorga ho il taxi che mi aspetta per l’aeroporto: la mezz’ora di strada più triste di tutto il mio viaggio. Rohan, che dorme nel letto a castello in parte al mio, mi fa un ultimo cenno di saluto con la mano. Grazie di tutto. Mentre l’autista guida in silenzio nelle buie strade mi accorgo che il mio viaggio è finito: ho attraversato tredici nazioni, quasi 10mila chilometri in solitaria per inseguire una mia idea: attraversare l’Asia via terra. Purtroppo non ci sono riuscito: forse un giorno ci riproverò.