In quella fredda mattina del 31 Ottobre ho lasciato la città di Taras a buon ora avvolto da una fitta nebbia e ho giudato per gli ultimi 560 km in estasi con un forte entusiasmo in corpo: adrenalina pura. La polizia Kazaka è stata unta con 20 dollari ben due volte per (secondo loro) eccesso di velocità. Ho spinto la moto tra vaste praterie con mandrie di cavalli al pascolo, ho arrampicato passi montani innevati con il vento forte che mi costringeva a mollare l’acceleratore e sceso su prati bianchi congelati dalla brina. Il sole splendeva ed illuminava gli alti monti innevati sul confine del vicino Kirghistan, la voglia di arrivare a destinazione mi dava la forza di affrontare qualsiasi situazione.

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Gli unici problemi sorti galla a metà giornata erano nel il mio stomaco e sui miei piedi: il primo protestava per la scarsità di cibo, i secondi per il troppo freddo. Situato nell’unico incrocio dell’enorme autostrada che stavo percorrendo ho trovato uno splendido ristorante di gran lusso: un container, con dentro una minuscola cucina dove una grassa signora mi continuava a parlare in russo mentre spadellava, quattro sedie ed un tavolino. A gesti ordino qualsiasi cosa calda che ci sia in pentola: un’abbondante scodella di zuppa accompagnata da carne cotta alla griglia. Per i miei piedi il problema è stato risolto con un paio di grossissimi calzini di cammello fatti a mano dalla stessa vecchia cuoca che mi cibava.

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Rifornito di cibo, benzina e piedi caldi, nulla mi poteva fermare !

Arrivo ai confini della città che c’è ancora luce e le strade deserte, pacifiche e panoramiche che mi hanno accompagnato per tutta giornata, scompaiono e vengono sostituite da un traffico pazzesco del venerdì sera.  Sono felice ! Anzi, sono felicissimo ! La mia gioia è talmente grande che mi convinco che sia contagiosa: un ragazzo su un grosso pickup mi suona il clacson e mi saluta, una giovane ragazza dalla sua Lada mi fa ok con il pollice in alto. Sembra che sulla mia moto, l’unica in circolazione, ci sia un grosso cartello con scritto “vengo da tanto tanto tanto lontano!”. Tutta la gente in macchina mi guarda e mi sorride. Questi Kazako mi piacciono subito.

Le strade sono larghe, la città è squadrata e facilissima da girare: Dopo neanche un’ora, trovo il mio ostello, l’unico che sia riuscito a trovare su internet. La padrona mi ordina di togliermi gli stivali ancora prima di chiederle se c’è posto, poi mi fa vedere la casa piccola casa formata da due dormitori pieni di letti a castello ed un unico bagno. Mi accorgo che non c’è nessuno se non un unico ragazzo russo un po’ cicciottello che non parla una sola parola di inglese.

Mi faccio una lunga doccia calda e mi preparo per andare ad una festa di Halloween che ho trovato su couchsurfing, studio la mappa alla perfezione e nel buio della freddissima sera mi incammino per quasi un’ora tra le enormi strade sovietiche della città. Trovo il party alquanto facilmente, ma dopo una breve coda scopro che non sono nella lista degli invitati. Faccio chiamare da i due gorilla della security la ragazza che ha organizzato il tutto e le spiego che ho trovato la festa tramite il famoso social, che sono arrivo oggi, da solo, dall’Italia, in moto ! Non servono altre spiegazioni che sono già dentro a socializzare con varie persone di varie nazionalità.  Conosco come sempre un sacco di gente molto interessante, giovani inglesi che insegnano la lingua in varie scuole, business man con i lavori più impensabili di sempre, russi in vacanza. Ogni nuova persona a cui racconto da dove arrivo e quello che ho fatto, a loro volta mi presentano altra gente che mi presenta altra gente. Dopo meno di un’ora e un bel po’ di birre, conosco il 90% del locale.

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