[Questo articolo l’ho scritto appena tornato dalla Birmania 5 anni fa]
Sveglia traumatica alle 4 del mattino con un buio fitto e un mal di testa dovuto al whisky squattrinato bevuto poche ore prima. Esco dalla stanza 507, il che tradotto vuol dire quinto piano e 5$ per notte per dormire in quel tugurio. Mi avvio in mutande verso il bagno comune in fondo al corridoio, armato di spazzolino già in bocca e una bottiglietta d’acqua. Traballo assonnato quando incrocio il manager del gran hotel che mi avverte che il tuctuc è già giù che mi aspetta. Ok, arrivo. Accelero i tempi e mi rifiondo in camera vestendomi in tempo record e inizio a scendere le ripide scale con la valigia e lo zaino. Marcello, compagno di viaggio acquisito giorni prima è che mi aspetta appoggiato alla moto ape con la colazione : dei fagottini di verdure impanati e fritti, ancora caldi. Mandalay è magica di notte: tutto buio, niente lampioni, niente macchine, biciclette zero. Per i primi dieci minuti di viaggio ci siamo solo noi, padroni delle strade, con naso in su ad ammirare le stelle che nelle nostre città è impossibile vedere. D’un tratto incrociamo un mercato affollato di frutta e verdura illuminato da candele, torce e lampadine attaccate ai generatori di corrente a benzina: sono le 4 e venti. Pochi metri più avanti, di nuovo il silenzio. Arriviamo al porto dopo un viaggio di oltre mezzora nel buoi completo dove ci indicano una grossa imbarcazione che subito raggiungiamo scendendo da ripida riva. Dopo varie indicazioni con mani e piedi ci rispediscono di sopra per comprare i biglietti : il booking online evidentemente era momentaneamente sospeso. Ci sistemiamo assieme ad un misero gruppo di altri turisti al piano superiore della barca, dove la gente “locale” era già tutta lì, seduta e accampata con coperte e stuoie, pieni zeppi di pacchi ovunque. Osservo la situazione e quello che vedo attorno a me è una barca decadente, riassemblata con pezzi di fortuna con una cucina a prua e gli alloggi della ciurma a poppa. Il pavimento in legno sconnesso scricchiola quando cammini e le ringhiere che separano me e un salto nell’acqua non danno assolutamente fiducia mentre ti appoggi: questa, si chiama avventura. Finalmente si imbarcano tutti, la nave inizia a strombazzare come alla partenza del Titanic e iniziamo a navigare lungo il fiume nella penombra mattutina.DSC_9396

Pochi minuti dopo tutti ammiriamo l’alba lenta, con un grande sole che si fa desiderare per il suo tepore : infatti fa un freddo cane, sono in giacca, con la coperta rubata in aereo all’Emirates avvolta in testa a ‘mo di scialle. Prendo a malincuore in mano la macchina fotografica per fotografare l’immenso fiume ma mi accorgo subito di non poter in nessun modo immortalare anche le emozioni. La rimetto in zaino e decidendo di godermi a pieno il sorgere del sole sull’Irriwady. Non la pensa allo stesso modo una ragazza inglese accanto a me, che forse ancora ubriaca da una nottata brava scatta un centinaio di foto tutte uguali : mosse.

Nel bel mezzo del nulla, su una barca senza cellulari televisioni radio o giornali (non in birmano si intende), contatti con il mondo zero, nel completo relax del corpo e dell’anima, la nostra bella zattera dopo un bel botto, si incaglia in una secca ! Siamo da due ore circa in viaggio, a destra abbiamo il nulla, mentre sulla sinistra pure. L’agitazione della ciurma si sente sulla pelle, iniziano varie prove di manovre avanti o indietro, i motori spingono al massimo, il capitano urla comandi. Noi passeggeri, sia i pochi turisti che i molti birmani, osserviamo impotenti la situazione. I minuti passano, e ne passano pure parecchi ! Tutte le prove con i nostri motori falliscono: siamo incastrati proprio bene. Circa un’ora dopo il nostro stop, arriva la speranza: una grossissima nave da trasporto piena di tronchi accompagnata da due traghetti rosa, grossi, robusti, fatti apposta per spingere la sorella maggiore ogni volta che si incaglia sul fondo. Parte il nostro capitano con una piccola barchetta a motore e in pochi minuti si accosta ad uno dei traghetti rosa. Tutti noi osserviamo la scena con stupore : non ci badano neppure. Capiamo con chiarezza che sono delle navi governative, il commercio del legno è una specie di monopolio di stato e noi, comuni mortali di questo regime, ci dobbiamo arrangiare. Non si fermano, ci passano a pochi metri di distanza, non ci guardano neppure. Passano le ore, il sole è ormai alto ed io mentre scrivo il mio diario vengo osservato da un vecchio dalla pelle molto scura interessatissimo alla mia calligrafia occidentale.

Ad un certo punto della giornata il capitano prende la grande decisione di far sbarcare dalla nave il maggior numero di persone per alleggerirla e dopo averci spiegato a gesti tutto ciò, ci portano con la barchetta di emergenza (e non fortunatamente a nuoto) sulla riva poco distante. Non c’è nulla da esplorare o da fotografare se non un’immensa distesa di sabbia che si estende per centinaia di metri. Osserviamo la nave da lontano ripetere le molte inutili manovre con il motore a tutto gas per vederla rimane ferma nello stesso posto dove si è insabbiata. Dopo un’ora abbondante sotto il sole ci vengono a riprendere per riportarci a bordo.

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Chiacchiero con chiunque mi capiti a tiro, esploro la barca da cima a fondo e a metà pomeriggio iniziamo a svuotare la riserva delle birre della cucina. Non avendo carte da gioco ne giochi in scatole, assieme a Yoko e Ko due ragazze una giapponese ed una coreana ci mettiamo ad insegnarci reciprocamente le nostre lingue: sia il mio giapponese che il mio coreano fanno schifo e ricordarmi anche semplici parole è cosa difficile, mentre loro ripetono le frasi in italiano con semplicità ricordandosi tutto senza grossi problemi. Verso sera con l’arrivo di altre due barchette a motore le speranze di disincagliarsi rinascono: sono passate ben nove ore da quando ci siamo fermati.
P1040565Finalmente si riparte, ma neanche un’ora più tardi, dopo aver assistito ad un poetico tramonto sul larghissimo fiume, ci accostiamo ad un argine perché di notte la navigazione è impossibile. Il tepore diurno scompare e sotto la coperta di stelle più bella mai vista arriva un’aria fredda e gelida. Disteso sul pavimento di legno con lo zaino come cuscino, con addosso tutti gli indumenti che ho in valigia, resto sveglio ad ammirare il cielo, pensando a come il tempo per questo paese non sia scandito da un orologio, come la nostra vita frenetica sia lontana centinaia d’anni dalla loro. Per me oggi è stata un’avventura divertente, avrò qualcosa da raccontare agli amici quando torno a casa: per queste persone è la normale routine, se non peggio.