Finalmente mi sveglio tardi e solo alle 8 e mezza di mattina mi presento in strada. L’ormai collaudato compagno di viaggio tedesco, Marcus ha pianificato la giornata per me e per Alaska Man. Mi aspetta fuori dall’albergo con un tuc tuc tutto colorato con l’autista e la guida. Il giovane ragazzo che conduce la moto ape ha i capelli lunghi, un sorriso innocente stampato in viso e segue tutti i comandi impartiti dalla guida. Quest’uomo dall’aspetto pluricentenario scovato da Marcus, sembra essere un mafioso locale, colui che conosce tutti e riesce a combinare qualsiasi cosa pur di far felice i turisti: si rileva davvero organizzato, capace di settare al meglio la giornata e di non farci perdere tempo in quei tipici negozietti che ungono le guide purché portino a far compere gli occidentali spendaccioni. Nel minuscolo mezzo ci stiamo ben in cinque : il tedesco alto quasi due metri è a pari chili con l’americano e tutti e tre ci sistemiamo al meglio nel retro del mezzo. La guida e l’autista si spartiscono la minuscola cabina di guida entrambi con una gamba fuori a penzoloni. Partiamo con il triciclo, ma pochi chilometri dopo, ci fermiamo tutti a fare colazione! Questa gente mi piace un sacco.

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Iniziamo con la prima tappa che consiste nel visitare un monastero per vedere la famosa questua dei monaci. La situazione non mi piace dal principio poiché branchi di turisti portati li con grosse corriere lussuose assistono all’evento senza nessun tipo di rispetto, fotografando da troppo vicino qualsiasi cosa che accada attorno a loro. Lascio tristemente l’antica tradizione della questua tremendamente commercializzata e passiamo alla prossima meta : Inwa.

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Questa strada per l’antica città è circondata da campi verdi illuminati dal sole, tagliati da sentieri di terra rossa che portano in chissà quale villaggio in nascosto tra la boscaglia. Ad ogni chilometro circa ci fermiamo per vedere delle rovine a lato della via, più o meno mangiate dal tempo. Alcune di esse sono solo un ammasso di pietra mangiato dalla vegetazione, altre hanno ancora un tetto e l’esplorazione risulta molto interessante. Dopo esserci fermati ben quattro volte nell’arco di due chilometri concordiamo tutti e cinque che è meglio saltare la visita alle restanti rovine e proseguire dritti.

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Alla fine della strada ci fermiamo per un tè, attraversiamo un fiume in barca, prendiamo dei calessi trainati da dei cavalli piccoli carini e puzzolenti ed raggiungiamo il magnifico Maha Aungmye Bonzan Monastery. Ci siamo solo noi tre a visitare la struttura, inseguiti tutti il tempo da giovani ragazze che tentano in tutti i modi di venderci collane e braccialetti. Risultano essere ottime commercianti, infatti Marcus, Alaska Man, io e i miei genitori venuti anni prima lasciamo l’antico monastero addobbati come alberi di natale.

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Il sito successivo è una torre quadrata di tre piani circa, tremendamente pendente da un lato e per camminare sulle scale esterne di legno marcio traballante ci vuole una buona dose di coraggio. Lascio passare prima Marcus, se la struttura regge lui, reggerà anche me.

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Continuiamo a fare i turisti tra pagode, monasteri, mercati e altri villaggi o siti e a fine giornata, arrivo nel luogo più spettacolare, incantevole e magico di tutto il viaggio : il U’ Bein bridge. Questa lunga struttura di tek che collega due sponde del lago a sud di Mandalay è un posto di quiete e tranquillità, dove la gente attraversa a piedi o in bici il chilometro e mezzo di legno vecchio di 150 anni.

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Dopo una breve passeggiata sopra il ponte, prendiamo una barca a noleggio e andiamo ad assistere al tramonto sul lago, godendoci il magnifico paesaggio infuocato da una luce rossa del sole.

 

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Questa lunga giornata non è ancora finita perché è ora di cena e chiediamo alla nostra abile guida di portarci in uno dei ristoranti più buoni della città. Ci immergiamo nel traffico di Mandalay, tra strade buie prive completamente di illuminazione pubblica. Parcheggiamo fuori ad un enorme cortile recintato in legno e solo una volta dentro mi accorgo di quanto è grande il posto. Un numero cospicuo di tavoli si trovano davanti ad un palco con tanto di tendone rosso che cala dall’alto, in fondo vicino alle cucine ci sono altri posti a sedere coperti e noi, accolti come principi, veniamo sistemati sull’unico soppalco stile palafitta in mezzo al locale con la migliore vista per vedere gli shows in atto. Diciamo ai camerieri che la guida e l’autista sono nostri ospiti e vengono trattati come grandi celebrità pure loro. Cibo e birra arrivano a quantità industriali ed ognuno di noi cinque ha un cameriere dietro pronto a prendere ordinazioni, riempirci il bicchiere ogni volta che lo appoggiamo al tavolo, prendere e buttare via le salviette appena vengono usate e piegarne una nuova sotto il piatto subito dopo. Quello che succede sul palco non ha completamente senso per noi e viene chiamato “fashion show”. Una serie di ragazze escono in gruppo e sfilano una ad una o assieme, poi tornano dietro, si cambiano e vengo fuori con un altro vestito (sempre altamente casto) e ricominciano le sfilate. Per curiosità mi informo se tutta sta messa in scena è collegata in qualche maniera ad un giro di escort o prostituzione, ma la risposta è negativa : è un fashion show, altamente di moda in Birmania. Vado in cerca di un bagno e mentre mi lavo le mani entra uno dei pochi birmani di stazza grande e grossa: alquanto ubriaco inizia ad parlami con un tono di voce molto alto e senza avere il tempo per rispondergli, da un pugno sul muro abbastanza potente da rompe la piastrella e con una risata satanica esce dal cesso. Fortunatamente il pugno non l’ha dato a me.
Dopo aver mangiato e bevuto come porci, paghiamo il salatissimo conto di 35 dollari (totali) ed ognuno torna nel proprio albergo.
Le giornate seguono il ritmo della luce del sole e mi accorgo che non sono neanche le 9 di sera, quindi mi aggrego ai ragazzi francesi in terrazzo per bere l’ultima e raccontarci le giornate birmane a vicenda.