Mi spiace non essere un grande scrittore per poter riuscire a trasmettere in maniera più efficacie le grandissime emozioni che ho provato in questa giornata. Ecco quello che è successo.

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La stazione degli autobus a Mandalay non è a Mandalay ma a venti minuti di strada dal centro. Seguo gli insegnamenti del mio caro amico Jaakko e contratto il prezzo del trasferimento con tutti i taxisti che si accalcano intorno a me essendo l’unico straniero. Alla fine la migliore tariffa me la fa un uomo basso ma ben piazzato che possiede uno scooter. Partiamo : lui con la mia valigia tra le gambe, io seduto dietro con il grosso zaino addosso appoggiato nel vuoto. É stato lo spostamento decisamente più pericoloso ed avventuroso di tutto il viaggio. Mezzora di corsa senza casco in mezzo al traffico della grande città in risveglio, con un’aria fredda e gelida, e un male alla schiena continuo per la scomoda posizione.
Sono stanco, non ho voglia di mettermi a spulciare vari hotel per confrontarne il prezzo e prendo il primo albergo che mi capita a tiro. Il tentativo di mettermi a dormire fallisce miseramente per la troppa eccitazione nel voler visitare la città quindi mi procuro in qualche modo una cartina e inizio a camminare. La città è grande e fatta a scacchi cioè tutte le strade sono da nord a sud o da est a ovest.
Dopo dieci minuti che osservo il mondo e le persone intorno a me, mi accordo che mi manca qualcosa di molto utile: tutti girano in bicicletta e decido che averne una è indispensabile. Torno quindi nel mio bel Hotel “4 scarafaggi” e contento come un bambino noleggio una bici. Parto l’esplorazione della città in maniera più decisa anche se non ho le idee ben chiare su cosa fare o dove andare. Scarto l’opzione di visitare il vecchio palazzo reale perché troppo turistico per i miei gusti e rinchiudersi in un museo in questa splendida giornata non mi pare proprio il caso. Studio la cartina e mi dirigo verso la grande collina dove ai suoi piedi si trova il libro più grande del mondo. Questo così chiamato “libro” (Kuthodaw Paya) è un sito stupendo pieno di fascino e ben conservato. DSC_8770Ci sono 729 lastre di marmo alte più di un metro, altrettanto larghe e spesse venti centimetri con scolpiti sopra tutti gli insegnamenti del grande maestro Buddha. Ognuna di queste “pagine” è eretta all’interno di una stupa, una capanna in marno bianco con tanto di tetto, colonne, porta etc. Per me è tutto bellissimo, ogni dettaglio è estremamente affascinante e cerco di raccogliere con gli occhi più dettagli possibili. Poco dopo scopro che non lontano da li c’è l’entrata dell’enorme gradinata coperta che porta in cima alla piccola montagnola. Ovviamente dopo aver parcheggiato la bici da qualche parte al sicuro inizio a subito ad percorrere il lungo serpentone per raggiungere il tempio costruito nel punto più alto. Salvo qualche coppietta intenta a fare romanticherie trovo davvero poche persone lungo la strada. Ci impiego più di un’ora a raggiungere la meta e scopro solo una volta in cima che ci sono ben tre diverse vie per arrivare fin li e io ho preso la più lunga, la più vuota e quella con meno cose da vedere. Mannaggia !! Torno allora subito indietro per la più trafficata ed in effetti ci sono diversi mercatini, punti di ristoro e templi ovunque.DSC_8772

Mentre scendo per gli infiniti gradini mi trovo di fronte un enorme ragazzone tedesco intento a salire. Ci salutiamo e continuiamo il nostri percorsi come se nulla fosse. Due metri più avanti mi viene in mente che nei prossimi giorni dovrei andare a fare un tour turistico molto classico e che condividere le spese con qualcuno sarebbe molto più conveniente e meno noioso. É l’unico straniero che incontro dall’arrivo in città quindi lo richiamo e ci mettiamo a parlare un attimo sul da farsi. In meno di un minuto di conversazione ci presentiamo, ci scambiamo qualche informazione da backpacker a backpaker e restiamo in parola di incontrarci alle 7 di mattina davanti al mio albergo fra due giorni.DSC_8790

Raggiungo finalmente i piedi della collina ma essendo un’entrata diversa devo appena mettermi in cerca di dove diavolo ho parcheggiato la mia bicicletta. Una volta recuperata vado a visitare un piccolo e tranquillo tempio non troppo distante, dove ho intenzione di sedermi per un po’ e riposarmi visto le ore calde e la lunga camminata appena finita. Attorniato da statue di Buddha, avvolto nel silenzio della natura e seduto su pietre centenarie sotto l’ombra di un enorme albero, mi si avvicina un giovane monaco, magro con un bel sorriso, rapato in testa con addosso la classica tonaca magenta con una spalla fuori. Vorrebbe fare un po’ di conversazione in inglese con me per poter migliorare il suo e anche se gli faccio notare che non sono un madrelingua, restiamo a chiacchierare per un bel po’ in questa atmosfera mistica.

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Ashim ha esattamente la mia età, io sono più vecchio di un solo giorno. É brillante nei discorsi, le sue domande non sono mai banali e siamo entrambi molto interessati nelle nostre vite reciproche. Studia all’università ed è una fonte infinita di informazioni sui luoghi che mi circondano. Passeggiamo fino al famoso monastero buddista di Shwenandaw, una meravigliosa struttura in legno teak costruita oltre un secolo fa, completamente intarsiata e scolpita in ogni suo angolo. Qui incontriamo un altro monaco, Vasauva, amico e compagno di corsi universitari di Ashim che si aggrega a noi. Finito di visitare il monastero chiedo ai miei nuovi due amici se possono aiutarmi ad acquistare una di quelle grosse ciotole che usano i monaci per la questua . Questa “questua” è un rito che si svolge la mattina ed è l’atto di andare in fila indiana per strada ad elemosinare offerte con una grossa ciotola nera a tracolla dove accettare senza guardare soldi o/e cibo delle persone. Questo grosso contenitore non è un oggetto che si trova in supermercato o tra le bancarelle per i turisti ed è proprio per questa ragione che ne voglio uno come souvenir.DSC_8836 DSC_8839
Prendiamo un minibus e un “van”, un grosso automezzo non identificato carico di gente. In entrambe le corse tutti e tre ci aggrappiamo come salami all’esterno dei mezzi perché dentro non c’è più posto. Mi accompagnano all’interno di una casa, dove un’intera famiglia presieduta da un uomo con dei lunghi baffi mi accoglie con amore, mi offrono il tè e mi fanno un po’ di domande sulla mia vita. Poi iniziamo a parlare di affari e saltano fuori tre tipi di ciotole: una in plastica grigia, una in latta nera molto semplice e una più raffinata . La prima la scarto perché non mi piace esteticamente e la terza è troppo cara. Non dovendo intraprendere la carriera da monaco nei giorni seguenti concordo un buon prezzo per la seconda ed esco felice con la mia ciotolona.
Il sole illumina ancora la giornata e i miei due coetanei mi propongono di tornare alla collina per ammirare lo spettacolare tramonto che solitamente essa offre dal tempio in alto. Ashim si preoccupa molto per me e mi propone di lasciare il mio bel souvenir ad una bancarella di persone che conosce bene all’entrata principale delle gradinate di accesso.
Dopo un’altra lunga arrampicata arriviamo in cima, dove troviamo altri quattro monaci amici dei miei amici. Solitamente gli studenti non sono in libera uscita ma domani c’è la luna nuova quindi oggi come una volta ogni 28 giorni hanno il giorno libero. Questi sei monaci ed io ci mettiamo seduti comodi per terra in un angolo dell’enorme terrazzo del luogo sacro che sovrasta la città. DSC_8858Mi tempestano di domande e gli argomenti variano da religione a ragazze, a com’è la vita in Italia a cosa mi sembra la vita qui.
Il sole ormai è andato via e nel momento esatto in cui ci alziamo tutti per scendere i lunghi gradini… BUM! arriva il blackout totale ! Mi spiegano che è normale, la luce va e viene e i generatori di emergenza di certo non si mettono ad illuminare la collina. Niente luna, niente luce, niente torce. Rubiamo una candela al Buddha che è già illuminato di suo e iniziamo la lunga discesa. C’è silenzio, siamo tutti concentrati a dove mettere i piedi nel buio totale interrotto solo dalla fioca luce della candela che fa intravvedere le ombre rosse delle tonache dei monaci intorno a me. Questo è uno dei ricordi più belli che ho della Birmania.

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Arriviamo vivi ai piedi della collina ma la bancarella dove ho lasciato il mio acquisto ha chiuso e cercare i proprietari al buio non è possibile. Un po’ rattristato Ashim mi dice di segurilo e mi porta a visitare la sua università non lontana da li. Raggiungiamo i dormitorio, un grande plesso in legno dove ogni ragazzo ha la sua piccola camera: un letto, una scrivania e un grosso baule con gli oggetti personali. Sopra la scrivania c’è un’altra scatola in legno dove tiene i libri universitari e mi spiega che ogni sera prima di coricarsi deve recitare a memoria per un’ora intera uno di questi mattoni enormi. Apre il grosso baule e tira fuori due regali per me: la sua ciotola (che non usa più da tanti anni) e un libro di Walpola Rahula : “What the Buddha Taught”. Ogni mio tentativo di rifiutare è vano e non ricordo quanto l’ho ringraziato per quei doni.
Mi accompagna ai cancelli di entrata del campus e sotto l’unico lampione che illumina il circondario c’è parcheggiata la mia bicicletta. Lo saluto e vedendolo scomparire nel vuoto so che impossibile che nell’attuale vita ci incontreremo ancora. Forse nella prossima.
Solo, sotto la luce dell’unico lampione acceso della strada che collega l’università alla città scopro che la ruota dietro della bici è bucata. Non ho alternative se non raggiungere le prime luci alla cieca, seguendo i fanali delle poche bici che passano per li. Una volta raggiunta la luce pedalo per un po’ anche se ho la ruota bucata e convinto di andare nella direzione giusta mi accorgo solo dopo 20 minuti che sono dalla parte opposta della città. Arrivo in albergo tardi e sono sfinito, con le gambe che mi tremano e non mi sorreggono più.
Vado a cenare del ristorante cinese dalla parte opposta della strada dove un gruppo di una quindicina di uomini sono concentratissimi a seguire un film western in inglese con i sottotitoli in birmano. Per i primi cinque minuti che sono seduto nel locale tutti smettono di guardare la televisione e fissano qualcosa di molto più interessante e strano : me !
Finisco la serata a bere una birra sul grande terrazzo sopra l’albergo con tre ragazzi francesi e un biologo tedesco completamente ubriaco ma appena finita la mia bottiglia, vado a letto distrutto.